Specie

Arbutus unedo

Famiglia

Ericaceae

Nome popolare

Corbezzolo

Arbutus unedo L.


Ricercando sul dizionario l’etimologia dei nomi delle piante si scoprono cose interessanti.
Prima di tutto, dall’abbondanza delle citazioni di questa pianta fatte da diversi autori, Plinio, Virgilio, Columella, Lucrezio, Lucio Cornelio Sisenna, Orazio, si può pensare che fosse pianta molto conosciuta.
In più si scopre che per i Romani sia “arbutus” o “arbutum” che “unedo” significavano corbezzolo, a volte inteso come pianta, a volte come frutto e persino come rami.
Infine, si scopre che Virgilio consigliava come buoni innesti che oggi appaiono improbabili, ma chissà, forse vale la pena di provare: il noce sul corbezzolo, i meli sui platani, il castagno sul faggio, il pero sull’orniello.
La parola “unedo” deriva da “unum” e “edo” che significa “ (ne)mangio uno solo”, da cui si può pensare che i frutti non fossero molto apprezzati.
Nei nostri boschi è più facile trovarlo come arbusto, con tanti fusti che si dipartono dalla ceppaia, poiché è specie che si trova spesso nei boschi sottoposti a ceduazione, ma ricresce facilmente dalla ceppaia anche dopo gli incendi.
Nei casi, purtroppo non frequentissimi, in cui raggiunge le dimensioni di un piccolo albero, è bellissimo, con il tronco spesso contorto, ricoperto dalla corteccia fibrosa e rossiccia e rami densi e sinuosi che danno alla chioma forme molto armoniose. Poi in inverno, addobbato dei lampioncini color avorio dei fiori e i frutti rossi sgargianti, è un vero spettacolo.
I fiori del corbezzolo sono visitati dalle api e sono importanti per loro, poiché presenti in una stagione in cui è fiorito poco altro. Il miele che se ne ottiene è molto gradevole per l’aroma amaro e resinoso.

In Italia si trova soprattutto nelle zone centrali e meridionali anche delle isole, poco diffuso al nord.
E’ pianta tipica della macchia mediterranea, oppure nelle zone collinari in formazioni di boschi misti a cerro (Quercus cerris L.), roverella, leccio.
Predilige i terreni acidi, ma si adatta bene anche ad altre situazioni.

Più spesso grande arbusto, più raramente piccolo albero sempreverde che può arrivare fino ai 12 m di altezza, ma cresce con grande lentezza.
Le foglie sono lucide e verde scuro, oblungo-lanceolate, lunghe 10-12 cm, con i margini dentellati.
I fiori hanno una caratteristica forma ad orcetto rovesciato (urceolati), di color bianco-avorio e aspetto di cera, a volte con sfumature verdi o rosate, e dall’aspetto ceroso. Sono riuniti abbastanza numerosi in una infiorescenza a pannocchia pendula.
I frutti sono anch’essi riuniti in piccoli grappoli, prima gialli, poi a maturazione rosso intenso, con la superficie caratteristicamente granulosa e ruvida. Hanno una polpa carnosa, acida e astringente da acerbi, leggermente dolci e con un lieve e piacevole aroma di resina a completa maturazione: sono molto gradevoli appena staccati dalla pianta e mangiati durante le passeggiate invernali nei boschi, ma non si conservano a lungo e perdono subito il loro leggero aroma.
I frutti dell’anno precedente giungono a maturazione contemporaneamente ai fiori dell’anno seguente, per cui fiori e frutti si trovano contemporaneamente sulla pianta.
La corteccia della pianta adulta è bruno-rossiccia scura e si sfilaccia in strisce, mentre nei rami giovani ha una decisa sfumatura rossiccia.

Nel Parco
E’ presente con vari esemplari, ma solo alcuni sono di dimensioni di una certa rilevanza, rimasti dopo il taglio del bosco di alcuni anni fa.

Periodo di fioritura: ottobre-novembre